venerdì 13 dicembre 2013

Elogio dei regni immaginari

"Nel mondo disgraziatamente reale in cui ci muoviamo, che per ventura buona talvolta desidera provare il gusto della ribellione nei confronti delle leggi a cui viene costretto da una pletora di saperi spesso piuttosto arroganti e prescrittivi, esistono anche degli oggetti che di per sé fanno fatica a essere incasellati, repressi nella quiete della stasi, definitivamente compresi e spiegati, secondo la versione che si scelga, ossia posti all’interno di una o più celle dell’enorme matrice illuminista che abbiamo predisposto per addomesticare le cose. Oggetti che, forse, nascono proprio per sollevare polvere, per mettere confusione tra gli scaffali della nostra grande biblioteca, ovvero quell’assetata matrice di cui si è appena detto. Il castello del conte di Lautréamont, quell’immaginifica costruzione a cui si accede leggendo I canti di Maldoror e ciò che di quest’opera è stato detto e scritto, sgomentevole labirinto sospeso a mezz’aria su una landa di bruma, è uno di questi oggetti. E numerosi sono stati gli interpreti di siffatto castello, gli esploratori che vi si sono avventurati allo scopo di renderne una legittima ed esauriente cartografia: alcuni illustri, altri un po’ meno. Tutti hanno contribuito a strutturarne stanze ingannevoli, passaggi nascosti, corridoi ciechi e anse mendaci. Tutti hanno provato a concepire e quindi intagliare mensole adatte a sopportare adeguatamente il peso del libro di Lautréamont, ossia, in un modo o nell’altro, a definire le categorie di una serie le cui unità siano esaustive e, sarebbe preferibile, mutualmente esclusive; esattamente il contrario di quanto avviene nell’«Emporio celeste di conoscimenti benevoli». Ma quel mostro furente e multiforme che è I canti di Maldoror, a circa centocinquanta anni dal suo primo concepimento ferino, unione incestuosa tra una femmina di squalo e un sovrano apolide, consanguineo di pidocchi e mignatte, scalpita ancora, si ribella alle catene impostegli, sferra calci al contempo tentacolari, cartilaginei e anche ungulati, frantumando quella matrice dell’ordine che più o meno vanamente tenta di imprigionarlo, somigliando tra l’altro sempre di più alla ferrea sostanza delle grate di una prigione e dei cancelli della cattività.
È di questa ribellione che Fernando Butazzoni, nel libro appena concluso, ci ha parlato, elencando con pertinenza e gusto soggettivo (mai si può fare altrimenti), con foga per nulla dissimulata e con ironia (mai si dovrebbe fare altrimenti), con divertimento e talvolta anche con ammirazione, alcuni dei tentativi messi in opera da un ampio insieme di impiegati catastali alle prese con l’oscuro castello dell’incomprensibile conte di Lautréamont, del giovane franco-uruguaiano Isidore Ducasse e del sanguinosamente ambiguo Maldoror, trinità alla rovescia nient’affatto celestiale. Butazzoni, dalla sua piattaforma individuale di scrittore e lettore piuttosto che di critico di professione (cosa di cui egli stesso non fa nascondimento), con la sua indole da pacato avventuriero piuttosto che da maldestro turista, con la sua voglia di sentire gli stranieri parlare piuttosto che di insegnare loro la propria lingua, prova così a disfarsi delle guide a buon mercato e del cappello a falda larga per passeggiare tra le mura, le torri e le segrete della fortezza: per farsi inghiottire, grosso modo, dal labirinto che esse rappresentano e costantemente riproducono. E sembra proprio che abbia voluto farlo in opposizione a quella logica turistica che, in altri casi, ha guidato la visita di altri ospiti del maniero.
La lettura dell’opera di Lautréamont è un’impresa che può approssimarsi essenzialmente a due possibilità: utilizzare i saperi arroganti che concedono e ammettono soltanto gli spazi e l’interpretazione da loro stessi generati e predisposti per l’ordinamento delle cose del mondo, oppure farsene beffa scherzosa (con la dovuta avvertenza che, in questo genere di cose, la beffa e lo scherzo non sono mai faccende di natura goliardica e faceta, tutt’altro; sono piuttosto rifondative, palingenetiche, volendo eccedere in elegiaci sensazionalismi). Nel suo Elogio dei regni immaginari Fernando Butazzoni decide di imboccare esattamente la seconda delle due strade, e le sue riflessioni sul castello del conte di Lautréamont, ancora una volta, non fanno alcun mistero di questa intenzione basilare".

Tratto da Contro la domesticazione di Livio Santoro. 

Elogio dei regni immaginari di Fernando Butazzoni, ultimo volume della collana La battaglia dei libri diretta da Loris Tassi e Roberto Colonna, è disponibile sul sito di Edizioni Arcoiris all'indirizzo http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=182&controller=product


mercoledì 11 settembre 2013

What was that dress? Iconografia dell'abito hollywoodiano

[…] Il lavoro sull’abito hollywoodiano è estremamente interessante ed è affrontato con cura dall’autrice. Viene messa in evidenza l’attenta sinergia e cooperazione che, a partire dai primi anni Trenta, si verificava tra costume designer, studio cinematografico e quel comparto chiamato Modern Merchandising Bureau (come ci spiega Gaia Stella Sangiovanni, la catena di grandi magazzini Macy’s, ad esempio, confezionava in serie abiti apparsi sul grande schermo).

La stratificazione delle competenze che abbiamo di fronte quando guardiamo alla moda e al cinema complica, dal punto di vista di organizzazione economica e di marketing, le modalità di circolazione e la creazione di tendenze. La ricostruzione storica va affrontata recuperando i primi magazine che facevano riferimento agli abiti portati in scena, al powder puff e altri tipi di strategie che arrivano fino ai giorni nostri, in cui la concezione dell’unione tra cinema e moda è veramente molto profonda. Come ci ricorda l’autrice, già Vogue nel 1932 intitolava un suo editoriale Does Hollywood Create? Il suggerimento iniziale di Diana Vreeland secondo cui l’abito non è niente in sé ma si carica della storia che può raccontare, diventa il propulsore per una diffusione vastissima di un sistema di oggetti con una vita propria (dal basco di Ninotchka all’abito di Joan Crawford); con la grande capacità d’intercettare e anticipare gli stili, i movimenti, i concetti di brand, la rivoluzione nella rappresentazione femminile. Un lavoro che ci aiuta a complicare l’esperienza cinematografica, rendendola un’esperienza da sfogliare. 

Dalla Prefazione di Marta Martina

Il libro è reperibile sul sito di Edizioni Arcoiris al link

giovedì 18 luglio 2013

Manuel Antônio de Almeida. La ricezione di uno scrittore eccentrico

È possibile considerare la ricezione critica di Memórias de um sargento de milícias come un’ultima serie di peripezie – ancora in corso – del suo «memorabile» protagonista? Come forse direbbe Manuel Antônio de Almeida, che i lettori decidano in base a quanto leggeranno.

Origine, nascita, battesimo…
Inizialmente pubblicato sul supplemento domenicale del Correio Mercantil – “A Pacotilha” – tra il 27 giugno del 1852 e il 31 luglio del 1853, Memórias de um sargento de milícias diventa libro in due tomi (1854-55) per i tipi della Typographia Brasi-liense di Maximiano Gomes Ribeiro. L’autore, «Un brasiliano»; la materia prima, i racconti di Antônio César Ramos, ex sergente delle milizie, poi collaboratore del Correio Mercantil.
Primi incidenti…
Anche se ci sono pochissime notizie sull’immediata ricezione del romanzo, Bernardo Mendonça è in grado di affermare che la prima edizione in volume ebbe una circolazione piuttosto ristretta e che un numero consistente di copie non vendute sarebbe stato motivo di grande sconforto per Almeida, al punto da scoraggiarlo nella prosecuzione della scrittura di un secondo romanzo.
Bisognerà aspettare otto anni per una seconda edizione, già postuma (Almeida muore nel 1861). Nel 1863, lo scrittore Machado de Assis – all’epoca non ancora consacrato dalla genialità dei suoi romanzi – cura la revisione del testo di Manuel Antônio de Almeida per la terza edizione, osservando in un articolo che le Memórias sono ormai «rare e gelosamente custodite da chi ha la fortuna di possederne un esemplare». Da un lato, ci sono tutti i segni di un successo stentato, dovuto alla singolarità di un testo troppo distante tanto dal romanticismo sentimentale di un Joaquim Manuel de Macedo, quanto dall’indianismo di José de Alencar, che all’epoca si affermava come forma canonizzata di costruzione della nazionalità letteraria brasiliana.
Progressi, regressi…
Eppure, nonostante la mancanza di un successo conclamato, l’avventura della ricezione critica di Memórias de um sargento de milícias è appena cominciata: le edizioni si susseguono a ritmi ora blandi, ora serrati, così come giudizi, letture e riletture in cui l’entusiasmo è spesso stemperato da una perplessità persistente. Se si apprezza la vivacità delle scene del romanzo, se ne critica lo stile; se si valorizzano le colorite espressioni popolari, si censura la semplicità dell’intreccio. Come se qualcosa continuasse a mancare, o meglio, a non soddisfare pienamente i canoni di volta in volta richiesti all’opera letteraria.
Fortuna e chiarimenti…
È nel 1970, grazie a un memorabile saggio di Antônio Cândido, critico e storico della letteratura brasiliana tra i più autorevoli, che alle Memórias viene assegnato un posto ancora singolare, ma senza dubbio di eccellenza nel canone letterario brasiliano. Sulla via aperta da Darcy Damasceno, riprendendo e sfatando interpretazioni e analisi che puntavano sulla filiazione picaresca e sul carattere documentario del romanzo, Cândido rilegge le Memórias mettendone in rilievo i legami con la tradizione della comicità popolare e della produzione satirica brasiliana.
Scrive Cândido: «Leonardo non è un picaro, ereditato dalla tradizione spagnola, ma il primo grande malandro che fa la sua comparsa nella prosa brasiliana (…). Malandro che sarebbe stato elevato a simbolo da Mário de Andrade in Macunaíma».
La lettura in chiave dialettica di Cândido porta il critico brasiliano a individuare nel tipo letterario del malandro la rappresentazione di un’intera categoria di soggetti che non appartengono né alla ristretta classe dominante né a quella completamente subalterna degli schiavi e che si muovono costantemente tra il lecito e l’illecito, l’ordine e il disordine. Ed è il ritmo di questo movimento a rimandarci l’immagine letteraria delle dinamiche sociali brasiliane dell’epoca. 
La proposta contenuta nel saggio di Cândido – a sua volta fonte di dibattiti teorici e critici che trascendono l’analisi del romanzo – ha segnato gran parte delle successive riletture delle Memórias, integrate ora in una rete più vasta di fonti e in una tradizione di malandri memorabili quali Macunaíma di Mário de Andrade, o Serafim Ponte Grande di Oswald de Andrade, entrambi esponenti della lunga stagione del modernismo brasiliano. La rete di genealogie, legami ed echi ricostruita dall’analisi di Antônio Cândido, se da un lato sottrae il romanzo a una sorta di solitudine e incomprensione a cui pareva essere stato condannato, dall’altro ne rafforza il carattere eccentrico, per il suo tempo, e in certa misura marginale, per la visione che esprime. 
Si cambia vita…
Gli studi più recenti dedicati alle Memórias ne esplorano i molteplici aspetti, da quelli di carattere discorsivo, narratologico o più strettamente linguistico, a quelli di natura socio-culturale, relativi per esempio alla rappresentazione delle relazioni di genere.
Se la ricezione critica delle Memórias ha fatto per lo più emergere come marginale la classe rappresentata dalla figura di Leonardo, si potrebbero invitare «i lettori più attenti» di questa traduzione a cogliere nel romanzo tanto i silenzi quanto i rari momenti di agency dei soggetti completamente subalterni. Ascoltiamo allora, per esempio, il silenzio delle Bahiane, rara nota di folclore esotico del romanzo, che seppure oggetto dello sguardo e del desiderio maschili, fanno del corpo e dell’abbigliamento, nella descrizione dell’autore, possibili armi di esercizio di un potere. Proviamo ancora ad ascoltare il mormorio dei pettegolezzi – ce ne informa la madrina – che le ragazze a servizio di Donna Maria preferiscono alle preghiere insegnate dal maestro, o quella strana e ambigua confusione che fanno «gli schiavi di casa» all’uscita del corteo funebre per la morte di José Manuel.
Accusato anche di conclamata misoginia, espressa in diversi passaggi del romanzo, Manuel Antônio de Almeida sceglie però di affidare alle figure femminili sia la risoluzione di buona parte delle contrarietà che i protagonisti si ritrovano a dover affrontare, sia il compito di introdurre, attraverso atti di ribellione e anticonformismo, i vari punti di svolta della narrazione. La madrina, Donna Maria, Maria Regalada, così come la madre e la zia di Vidinha, funzionano spesso come veri aghi della bilancia, negoziando non solo favori e soluzioni per i due Leonardo, come la loro stessa identità sociale. Anche i lettori meno attenti avranno capito, a questo punto, che la storia non è ancora finita.

Jessica Falconi


Il testo è disponibile su www.edizioniarcoiris.it 
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lunedì 8 luglio 2013

Roberto Bolaño dieci anni dopo

A dieci anni esatti dalla scomparsa di uno dei più importanti scrittori latinoamericani degli ultimi ventanni, il dibattito sulle sue opere è ancora aperto, o meglio, comincia appena a fiorire mostrando le infinite possibilità di analisi che i suoi lavori offrono.

Indice degli argomenti trattati in questo volume a cura di Alessio Mirarchi e Andrea Pezzè:

A proposito di Roberto Bolaño                                                  
Intervista a Patricia Espinosa H.                                        
A cura di Alessio Mirarchi e Andrea Pezzè

Sarah Pollack
America Latina (ri)tradotta:                                               
I detective selvaggi di Roberto Bolaño negli Stati Uniti d’America
Traduzione italiana di Alessio Mirarchi

Chiara Bolognese
Roberto Bolaño e i suoi personaggi: vite di stranieri in Europa
Traduzione italiana di Dajana Morelli

Fátima Nogueira
Oltre la leggenda Bolaño: un’opera critica verso le utopie umanistiche e i poteri socioculturali del postmodernismo
Traduzione italiana di Sara Palomba

Eugenio Santangelo
Inattualità spettrale dei detective selvaggi                       

Sebastián Figueroa
L’apparizione di Santa Teresa.
Il luogo del male in 2666 di Roberto Bolaño
Traduzione italiana di Valeria Tranzillo e Orsola Guarino

Antonio Coiro
Strategie della tensione in 2666 di Roberto Bolaño        

José Martínez Rubio
La ricerca incessante. Cinque procedimenti di indagine nella cultura ispanica contemporanea:
da Bolaño a Brizuela
Traduzione italiana di Stefano Iuliani


Recensioni     


Il testo è disponibile su www.edizioniarcoiris.it
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giovedì 23 maggio 2013

Fucilati all'alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárez


Rodolfo Walsh è uno scrittore scomodo da maneggiare. La sua vita di militante politico e la sua opera di scrittore e giornalista sono indissolubilmente intrecciate. Non se ne può ignorare una senza senza perdersi qualche pezzo dell'altra. Entrambe pervase da un'insaziabile sete di verità, la vita dell'uomo e l'opera dello scrittore si sovrappongono in alcuni momenti cruciali che vanno osservati sia dal punto di vista letterario che da quello storico, sociale e politico. Un duplice sguardo di cui si avverte l'impellente necessità quando ci si avvicina ai suoi libri. Un'analisi critica dei testi di Walsh risulta insoddisfacente se non supportata da una descrizione del contesto storico, sociale e personale all'interno del quale sono stati scritti. Considerare soltanto il significato politico delle sue azioni e delle sue inchieste giornalistiche significa precludersi la possibilità di comprenderne la potenza comunicativa.
Roberto Ferro, riconosciuto a livello mondiale come uno dei massimi esperti dello scrittore argentino, segue in Fucilati all'alba esattamente questo sentiero e si propone come guida per chi voglia addentrarsi nel territorio di Operazione Massacro, libro di cui è impossibile non apprezzare sia la carica di innovazione letteraria che la portata dirompente del contenuto politico.
Lettore, scrittore, giornalista e militante, Rodolfo Walsh visse gli anni più turbolenti del Novecento latinoamericano. Rivoluzioni, colpi di stato e dittature militari, movimenti guerriglieri, stragi. 
In quegli anni turbolenti faceva il mestiere più pericoloso: il giornalista. Credette sempre nel potere della parola e nella potenza della cultura in quanto strumenti utili a creare una classe operaia coesa e cosciente che fosse in grado di reclamare efficacemente i propri diritti. Mise le sue competenze al servizio di molte cause giuste ma soprattutto non perse mai di vista "los de abajo", le persone più umili a cui i suoi articoli o racconti si rivolgevano.
Nel 1956, l'appena ventinovenne Rodolfo Walsh aveva già all'attivo numerose pubblicazioni su riviste letterarie, traduzioni dall'inglese e un libro di racconti. Si teneva alla larga dalla politica e giudicava il governo di Juan Domingo Perón con la stessa attitudine sprezzante di altri intellettuali argentini come Jorge Luis Borges o Julio Cortázar. La notte del 9 giugno di quell'anno un gruppo di civili e militari peronisti capeggiati dal Generale Juan José Valle mise in atto una sollevazione contro la dittatura di Pedro Eugenio Aramburu che un anno prima aveva destituito e mandato in esilio Perón. La rivoluzione fallì e ventisette persone furono fucilate per ordine del governo nelle notti fra il 9 e il 12 giugno. Esecuzioni clandestine e illegali di cui i principali mezzi di informazione non parleranno mai,  se non per definirle in quanto logiche conseguenze dell'applicazione della legge marziale promulgata in seguito al tentativo di golpe. Sei mesi dopo, qualcuno dice a Walsh che c'è un fucilato ancora vivo, un civile: arrestato senza motivo insieme ad altre persone perché sospettato di essere coinvolto nella sollevazione, e scampato a una fucilazione sommaria. Lo scrittore si interessa subito alla vicenda iniziando un'investigazione rigorosa i cui risultati vanno a formare una campagna di articoli giornalistici atti a dimostrare l'illegalità di questa esecuzione e la responsabilità diretta di Desiderio Fernández Suárez, l'allora capo della polizia della provincia di Buenos Aires. A partire dal 1976 i militari di Videla cercarono in tutti i modi di far sparire dagli archivi queste pubblicazioni che solo recentemente sono state recuperate dal professor Roberto Ferro in una ricerca dall'inestimabile valore storico e letterario, e di cui si racconta nel primo capitolo di questo volume. Articoli che nel 1957 sarebbero poi confluiti in Operazione Massacro, un libro in cui Walsh applica le norme investigative del crimine individuale a quella che oggi non esiteremmo a definire una strage di Stato. Walsh parla con testimoni, protagonisti e parenti di giustiziati, segue varie piste, confronta i dati che mano a mano raccoglie e alla fine scrive una storia sensazionale, in cui le due anime di scrittore e militante convergono nella professione di giornalista e conferiscono a questo "violento mestiere" un grande spessore. Tuttavia, l'impunità di cui godono i responsabili del crimine che ha scoperto fa perdere a Walsh qualsiasi tipo di fiducia nel sistema giudiziario. 
Durante la sua vita Walsh ha creduto fermamente nel potere della parola. Perché convinto che nella parola potessero trovare lo stesso spazio sia il militante che lo scrittore. Una frase del libro Operazione Massacro è in questo senso emblematica: «Qui non si tratta di fucilazione. È un assassinio.» Quasi alla fine del testo, dopo aver illustrato le complicate indagini e dopo aver illuminato tutte le zone oscure di una storia sporca, resta soltanto un ultimo tassello da mettere a posto: definire il fatto con la giusta parola, quella che folgora e che colpisce al cuore, che non lascia spazio a «giochi di prestigio». La ricerca linguistica, forgiata da anni di esperienza come traduttore e correttore di bozze, funge da strumento, mentre l'uso politico della parola la rende molto simile a un'arma, una cosa viva, che ha una qualche influenza sulla realtà.
Certo, l'arte può trovare in se stessa la sua giustificazione e intraprendere percorsi di ricerca essenziali per l'uomo anche senza occuparsi esplicitamente di politica, ma chissà che alla luce dell'esempio fornito da Rodolfo Walsh, non venga allo scoperto un'indifendibile capacità di comprendere i fenomeni sociali dell'epoca da parte di alcuni intellettuali argentini che caddero nell'errore di confondere le vittime con i carnefici. 

Tratto da "Rodolfo Walsh: la parola che agisce" di Alessio Mirarchi

Il libro può essere acquistato sul sito di Edizioni Arcoiris


mercoledì 15 maggio 2013

Tsutsui Yasutaka: Otto scene di famiglia

Tsutsui Yasutaka è uno dei maggiori autori giapponesi di fantascienza. Degli anni '70 è Kazoku hakkei (Otto scene di famiglia), inizialmente pubblicato a puntate dal 1970 al 1971, tradotto integralmente per la prima volta in italiano da Edizioni Arcoiris. Gli otto racconti che compongono l'opera hanno come protagonista una ragazza dotata di poteri telepatici, Nanase.
Per celare la sua diversità, Nanase sceglie il mestiere di domestica, che le permette di cambiare spesso il luogo di residenza e quindi di nascondersi più facilmente agli occhi degli altri. Osservando dall'interno la vita delle famiglie presso cui lavora, la ragazza scopre la falsità e le ipocrisie dei vari personaggi, tutti accomunati dall'ossessione di mostrarsi adeguati a un sistema di vita conformista e socialmente accettabile. In una società in cui normalità e rispettabilità sono concetti inestricabilmente collegati, le famiglie visitate da Nanase nascondono segreti, rancori, desideri inconfessabili non solo agli estranei ma anche ai loro stessi consanguinei. Nanase non si limita a osservare le tensioni interne al gruppo, ma agisce come uno spietato deus ex machina smascherando le ipocrisie.
Da Otto scene di famiglia, in seguito al successo dell'opera, sono state realizzate ben tre serie televisive (nel 1979, nel 1986 e infine nel 2012).
La serie di Nanase ha consacrato Tsutsui come l'esponente principale della New Wave giapponese degli anni Sessanta e Settanta. La satira sociale applicata alla fantascienza è, del resto, un tema prediletto di questo autore innovatore e provocatorio.


L'opera a cura della Prof.ssa Maria Chiara Migliore è acquistabile sul sito di Edizioni Arcoiris

giovedì 9 maggio 2013

Microfinzioni argentine contemporanee


Sono nato uccello, incapace di volare. Non posso fabbricarmi ali, perciò costruisco la mia gabbia. A poco a poco, ramo per ramo, chiudo una parete dopo l’altra senza lasciare spiragli che mi permettano di vedere mondo alcuno.
Lì dentro, sono libero.


La vitaNorah Scarpa Filsinger, Bagliori estremi. Microfinzioni argentine contemporanee, p. 134, Edizioni Arcoiris.





Fra gli autori delle microfinzioni Norberto Luis Romero, autore di Istantanee d'inquietudine:

Rosalba Campra, autrice di America Latina: l'identità e la maschera:





lunedì 6 maggio 2013

Simbolismo e laicità in Dante e nelle opere di ispirazione dantesca


Dante Alighieri è un universale che oramai soggiace all’immaginario collettivo travalicando, naturalmente, i confini già estesi entro i quali è nato. La letteratura di Dante s’è fatta mondo, universo e ha sparso ovunque le sue spore, germinando visioni, letture, ricezioni e influenze, più o meno palesi e più o meno nascoste, all’interno del panorama artistico, non soltanto letterario, mondiale.
Il secondo numero di Pagine Inattuali (www.pagineinattuali.com), riflettendo su tale evidenza, ha perciò provato a offrire di Dante non solo l’interpretazione di celebri specialisti di fama internazionale come Ronald Martinez o Ruedi Imbach (intervistato da Anna Tropia), ma anche quella di studiosi decisamente meno affermati, appartenenti ad ambiti disciplinari non necessariamente letterari. L’influenza di Dante è stata così rintracciata nel lavoro del cubano “Grupo Orígenes” (Mayerín Bello); nell’opera dello scrittore e saggista argentino Juan José Saer (Magdalena Perkowska); nella strutturazione di due personaggi di Jorge Luis Borges (Livio Santoro); nel pensiero di Karl Marx (Giovanni Sgro’); nel cinema italiano (Andrea Sanseverino). Viene inoltre offerta una lettura affascinante del Lucifero dantesco attraverso le classiche tematiche del perturbante (Anna Chiaiese); e infine viene offerta una rassegna circa il contributo dantesco alla definizione del concetto di sovranità (Claudia di Fonzo). Il numero è poi impreziosito da tre microfinzioni, ispirate alla Comedìa, che lo scrittore argentino Norberto Luis Romero ha voluto generosamente donare alla rivista.

martedì 16 aprile 2013

Venezuela aprile 2013

Lo scorso 14 aprile in Venezuela si sono tenute le elezioni presidenziali post Chávez che hanno visto scendere in campo Nicolás Maduro, candidato chavista, ex autista della metropolitana di caracas e sindacalista, e Henrique Capriles Radonski, avvocato e governatore dello stato Miranda dal 2008. Nicolás Maduro viene proclamato vincitore delle elezioni con uno scarto di circa 250.000 voti, ma innumerevoli sono le denunce fatte dalla popolazione venezuelana corredate da video e foto che testimoniano come la giornata elettorale sia stata caratterizzata da violenza, spari, furti di urne, incendi di schede elettorali, cedulas (documenti di identità) false con cui numerose persone hanno potuto votato illecitamente. Capriles non ci sta e non accetta la sconfitta e richiede il riconteggio manuale delle schede elettorali. Gli osservatori internazionali europei non riconoscono la presidenza di Nicolás Maduro e richiedono la verifica manuale delle schede. La popolazione venezuelana non si arrende alla frode e voci non ufficiali annunciano un possibile golpe.
Intanto le manifestazioni e ribellioni hanno preso il via e, in risposta all'appello di Capriles, la popolazione ha dato vita a un cacerolazo (protesta con pentole, coperchi e mestoli) chiedendo che si contino nuovamente le schede. Il CNE (Consiglio Elettorale Nazionale) ha rifiutato e la polizia ha sparato proiettili di gomma e lacrimogeni sulla folla.
I venezuelani in Italia manifesteranno pacificamente oggi 16 aprile alle 20:30 presso il cinema Barberini dove verrà presentato "Chávez - l'ultimo comandante" di Oliver Stone e domani mercoledì 17 aprile alle 13:30 presso l'Ambasciata Venezuelana di Via Tartaglia, Roma.

lunedì 25 marzo 2013

America Latina: l'identità e la maschera


Questo libro, ormai un classico degli studi ispanoamericani, propone in modo avvincente e chiaro un'indagine dei meccanismi con cui l'America Latina cerca e costruisce se stessa attraverso la letteratura. Senza cedere a tentazioni esotizzanti, l'autrice traccia una guida per orientarsi in un mondo dove si costeggiano le foreste dell'Orinoco e la Biblioteca di Babele e dove la realtà ha dilatato i suoi confini fino a inglobare le più stravaganti meraviglie e i più inaccettabili orrori. In questa prospettiva, vengono rintracciati nei testi temi e forme che hanno modulato in maniera particolare alcune tendenze costanti della letteratura latinoamericana: il trauma irrisolto della Conquista; gli opposti miti spaziali della selva e della città; la formulazione di archetipi che scaturiscono dall'emarginazione (l'indio, il gaucho, l'immigrante); le tracce nella scrittura dell'esilio e del silenzio imposti dalle dittature; l'umorismo nelle sue declinazioni più imprevedibili.


Rosalba Campra ha insegnato Lingua e Letterature Ispanoamericane come professore ordinario a "La Sapienza" Università di Roma e tenuto corsi e seminari in diverse università straniere. Autrice di romanzi e racconti, ha pubblicato numerosi saggi sul fantastico, sul tango, su problemi di teoria letteraria e sulla narrativa ispanoamericana contemporanea.


lunedì 4 marzo 2013

Bagliori estremi - presentazione libro




Mercoledi 6 marzo 2013 ore 19

presso la Libreria Giufà
via degli Aurunci 38

presentazione dell'antologia

Bagliori Estremi.
Microfinzioni argentine contemporanee


a cura di Anna Boccuti, Edizioni Arcoiris, Salerno 2012


interverranno 

Rosalba Campra (critica letteraria, ispanoamericanista, scrittrice)
Dario Pappalardo (giornalista di Repubblica)
Anna Boccuti (ricercatrice)
Letture di Kira Jalongo



Ana María Shua
n. 6

Nella foresta dell’insonnia non è necessario addentrarsi. Mi cresce tutt’intorno. Non ci sono animali più feroci dei grilli. In una radura, mi sembra di intravedere il sonno. Per non svegliarlo, mi avvicino lentamente, attutendo il rumore dei miei passi. Tuttavia, quando raccolgo la rete, è vuota. Per trovare di nuovo la strada ho molte risorse: contare gli alberi del bosco, dimenticarli, concentrarmi sul corso delle acque di un fiume, prendere un caffellatte (varie tazze), ricordare all’indietro o in avanti. Nel frattempo, per un attimo, mi distraggo e il sonno si avventa su di me. Mi addormento così felice da non ricordare neanche più chi fosse il cacciatore e chi la preda.

lunedì 14 gennaio 2013

"Le ossa" di Holmberg. Un sorprendente giocattolo poliziesco

Apparso per la prima volta nel 1896, La bolsa de huesos è stato ripubblicato nel 1957 nella raccolta Cuentos fantásticos, assieme ad altri importanti racconti e romanzi brevi dello stesso Holmberg. Dopo un secondo periodo di oblio, questo “giocattolo poliziesco” – così lo definisce l’autore nella Dedicatoria presente nella prima edizione – viene rivalutato negli ultimi decenni come uno dei testi fondanti del poliziesco ispanoamericano. In realtà, prima del 1896, diversi scrittori argentini si erano cimentati con la narrazione di storie criminali. La bolsa de huesos, però, rappresenta una novità assoluta. Uno dei primi studiosi a metterne in risalto l’originalità e gli aspetti ludici è Antonio Pagés Larraya in apertura all’edizione del 1957:

La novità di La bolsa de huesos risiede nel fatto che le due direzioni del racconto si incrociano in un gioco di tecnica sagace. L’autore muove un personaggio che, a sua volta, è autore e può cambiare il corso dei fatti. Il suo obiettivo non consiste nello scoprire un delinquente, ma nel risolvere un problema. La sua intenzione è letteraria, perciò non fornisce alla sua ricerca un carattere poliziesco.

[…] Infine Holmberg ambienta la sua storia a Buenos Aires. La scelta di Holmberg non è così ovvia, se si pensa al fatto che non pochi suoi contemporanei, a furia di guardare la Francia, avevano allentato i contatti con la propria cultura e con la propria realtà, come sosterrà Gombrowicz molti anni dopo nel Diario riferendosi ai suoi colleghi argentini. Nel fare ciò Holmberg rivela punti di contatto con l’Oesterheld de L’Eternauta (1957-1959). Come è noto, il fumetto racconta di un’invasione aliena che avviene non in un lontano futuro o in una megalopoli europea o nordamericana, ma a Buenos Aires alla fine degli anni Cinquanta. E se Oesterheld, in questo modo, indica la strada a una fantascienza autoctona, Holmberg, dal canto suo, suggerisce che un romanzo poliziesco argentino non è inferiore agli illustri modelli cui si ispira per il fatto di essere argentino. Di più, anticipa una famosa tesi di Borges: gli scrittori latinoamericani possono «adoperare tutti i temi europei, adoperarli senza superstizioni, con un’irriverenza che può avere, e ha già, conseguenze fortunate».
                                                                                                           Loris Tassi

 

martedì 8 gennaio 2013

La spina nel fianco. Stati Uniti e Cuba in una prospettiva razziale, 1823-1912

La tormentata e difficile storia dei rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba, la “gemma”dei Carabi, costituisce da sempre un irresistibile polo d’attrazione per gli studiosi a livello internazionale. Il taglio dei loro scritti è tuttavia sensibilmente mutato nel corso del tempo, allontanandosi via via dai tradizionali approcci strettamente istituzionali-relazionali per giungere a fare degli “statunitensi,” dei “cubani” e degli “spagnoli” i soggetti prioritari dell’indagine.
Questi avanzamenti si inscrivono nell’ambito delle rapide evoluzioni storiografiche degli ultimi due decenni, che hanno sempre più insistentemente suggerito l’opportunità di superare, fin quasi ad annullare, il rigido riferimento alle classiche categorie politico-istituzionali—gli stati nazionali—per riconsiderare lo sviluppo storico di aree geografiche e regioni in chiave transnazionale e perfino globale. Le nuove ipotesi di ricerca hanno trovato un fertile terreno di applicazione nella storia del continente americano, che per secoli fu soggetto alla dominazione coloniale europea per poi emanciparsene e dar vita a stati indipendenti. Sul sentiero tracciato dalla “nuova” storiografia atlantica, si sta ora riscrivendo la storia di un continente, quello americano, in una nuova prospettiva.
Tali fermenti storiografici hanno inevitabilmente sollecitato una profonda revisione dell’approccio tradizionale allo studio dei rapporti intercorsi nel tempo tra la Isla Grande e gli Stati Uniti. In verità, essi erano antecedenti alla nascita della repubblica nordamericana, poiché affondavano le loro radici nell’età coloniale, durante la quale si erano dispiegati in un fitto intreccio di scambi informali—sovente illegali secondo le leggi mercantiliste dell’epoca—cui si sovrapponeva la dimensione ufficiale delle relazioni tra Gran Bretagna e Spagna in primis, ma anche tra queste e la Francia, altra presenza di rilievo nell’area caraibica.
Tale prassi di scambi intercoloniali presentava aspetti economici, sociali e culturali autonomi ancorché paralleli rispetto a quelli consentiti dalle nazioni colonizzatrici europee, in quanto tendevano a permanere a dispetto delle mutevoli alleanze e delle strategie politico-militari attuate dalle loro rispettive madrepatrie per consolidare ed espandere la loro presenza nel teatro americano. Al tempo della ribellione delle tredici colonie britanniche del Nord-America la rete degli scambi intercoloniali informali era ormai così consolidata da delineare l’esistenza di una grande regione meso-americana, il cui centro dinamico era l’area caraibica, quale crogiuolo di incontri e di fusioni tra le più disparate razze, etnie e culture planetarie secondo modelli sincretici che ancora attendono di essere documentati e descritti in maniera esaustiva.
Tuttavia, l’indipendenza delle colonie britanniche del Nord-America prima e di quelle spagnole diversi decenni più tardi pose fine a quell’epoca aurea di middle ground—per prendere a prestito un’espressione coniata da Richard White per descrivere la natura dei rapporti tra bianchi di varia origine e nativi americani nel Nord-America coloniale—contrassegnata da incontri e scambi che avevano dato luogo a modelli di comunicazione e di convivenza che fondevano insieme gli aspetti delle varie culture partecipanti.
La nascita di nazioni indipendenti nelle Americhe cambiò totalmente il volto dei rapporti interamericani, facendo emergere “differenze” riconducibili alle rispettive esperienze e culture coloniali. Nello sforzo di costruire una narrativa storica atta a delineare i tratti della loro identità nazionale, gli statunitensi tesero fin da subito ad istituire una gerarchia razziale e culturale, intesa anche in senso confessionale, che poneva i colonizzatori britannici del Nord-America al vertice di una piramide i cui strati più bassi erano occupati da etnie e razze ritenute inferiori: i cattolici ispanici innanzi tutto e poi, via via, i latinos bianchi—i creoli—, i sanguemisti che essi avevano generato e giù fino agli indios e ai neri africani. Il loro atteggiamento razzista rese impossibile l’avvio di un sano dialogo basato su scambi e collaborazioni paritarie tra i novelli Stati Uniti e le repubbliche centro-sudamericane emerse da quasi un ventennio di lotte per affrancarsi dalla do-minazione spagnola. La storia di questi difficili rapporti è stata scritta e riscritta secondo diverse prospettive e ancora sarà rivisitata, a mano a mano che gli storici avranno acquisito sensibilità sempre più sofisticate nell’apprezzamento dei molteplici fattori che l’hanno influenzata e ne hanno determinato il corso.
Queste sono le premesse su cui si innesta l’opera prima di Alessandro Badella, che […] ha presto individuato nel caso di Cuba un terreno fertile e assai poco battuto in Italia per esemplificare le problematiche e le dinamiche dei rapporti tra Stati Uniti e America Latina. Infatti, se a primo acchito Cuba sembra rappresentare un capitolo a parte e per molti versi unico nella loro travagliata storia, il lavoro di Badella la eleva a caso-studio per comprendere il modello della penetrazione degli Stati Uniti in centro-sud America, che si fondò sul sodalizio tra politica, grandi interessi economici ed élite, militari e non.
Il quadro dell’analisi condotta da Alessandro Badella è sofisticato ed articolato, in quanto tende a conciliare e fondere nella sua narrativa diversi piani di lettura, da quelli politico-internazionali a quelli ideologici e culturali e a quelli sociali. Il suo è pertanto un contributo innovatore che mai perde di vista, nel corso della trattazione, la complessità del groviglio tra le relazioni ufficiali che gli Stati Uniti intrattennero nel corso del tempo con le potenze europee e con la Spagna in particolare, in quanto proprietaria dell’Isola, e le varie posizioni espresse dai cubani in merito al suo futuro in seguito all’affrancamento dalla madrepatria. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento, i creoli cubani riponevano le loro speranze negli Stati Uniti per liberarsi dal giogo spagnolo e una parte di loro auspicava perfino l’annessione agli Stati Uniti. Non così José Martí, l’autentico ideologo e l’anima dell’indipendenza cubana.
La presenza ingombrante di Cuba in quel mare interno che gli statunitensi si abituarono a considerare come il loro “cortile di casa”  fin dall’inizio del Novecento aveva già da tempo rappresentato e continuava ad essere una “spina nel fianco” per gli Stati Uniti. E ancor di più lo sarebbe stata nei decenni a venire. Un’isola indomita, che a caro prezzo si sarebbe fieramente opposta e sottratta al controllo da parte del gigante Nordamericano. La lotta ad oltranza in-gaggiata dai cubani per liberarsi dei regimi militari-dittatoriali filo-statunitensi in cui era sprofondata dagli anni Venti del Novecento, tra Machado e Batista, la coraggiosa sfida lanciata agli Stati Uniti dal movimento capeggiato da Fidel Castro e la sua vittoria pongono da molti decenni Cuba al centro dell’attenzione internazionale. Ciò, a maggior ragione, nelle circostanze attuali, che presagiscono  profondi cambiamenti nel regime dell’Isola al tramonto dell’era castrista.
Badella non si spinge a considerare gli aspetti più contemporanei dei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti. Il suo contributo di storico è invece quello di far luce sulle circostanze, gli eventi, i climi intellettuali che determinarono il fallimento di un grande progetto che avrebbe potuto fare di Cuba un esempio preclaro di nazione indipendente, improntata alla convivenza multietnica e multirazziale cui potessero ispirarsi i nuovi stati centro-sud americani. Purtroppo, come sappiamo, ciò non si verificò, ma mentre la resistenza ad oltranza di Cuba continua ad essere una spina nel fianco per gli Stati Uniti, il suo esempio è linfa vitale nell’alimentare le speranze di emancipazione neo-coloniale da parte dei paesi latino-americani.
Il libro di Alessandro Badella chiarisce tutta una serie di premesse che fecero da sfondo alle successive evoluzioni dei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti e costituisce pertanto una lettura irrinunciabile per tutti coloro che sono interessati a comprenderne i prodromi.


Dalla Prefazione della prof.ssa Susanna Delfino, Università degli Studi di Genova